Parafarmacie, in ddl 5stelle proposta per superare nodo. Sileri: esperienza da ripensare.
Conferma della validità della pianta organica, vendita di alcuni farmaci e confezioni senza obbligo di presenza del farmacista, nuovo concorso straordinario per nuove sedi, ampliamento dei contesti in cui prevedere la figura del farmacista, incompatibilità tra titolarità di farmacia e di esercizi di vicinato. Queste le intenzioni e le previsioni della proposta di legge, non ancora depositata, illustrata da Pierpaolo Sileri, senatore M5s Presidente della12ª Commissione Igiene e sanità, in occasione degli Stati generali della farmacia organizzato a Roma da Federfarma con il supporto non condizionato Mylan. Una proposta, ha spiegato Sileri, che intende trovare una «soluzione all'annosa questione delle parafarmacie cercando di accontentare tutti, le parafarmacie che chiedono di ampliare il servizio effettuato, con richieste più o meno dirompenti, e le farmacie preoccupate da ulteriori liberalizzazioni e nella consapevolezza che il farmacista non è solo un commesso che apre un cassetto e consegna un farmaco».
«Questo ddl - ha affermato il senatore pentastellato - intende ribadire la centralità della farmacia confermando l'istituto della pianta organica, come strumento efficace di programmazione, e utilizzare le sedi farmaceutiche istituite e non aperte nei luoghi ad alto afflusso di pubblico, e quelle non ancora assegnate e bandire un nuovo concorso riservato ai titolari di farmacia rurale sussidiata ai titolari di farmacie soprannumerarie e ai farmacisti proprietari di parafarmacia e ai farmacisti non titolari. In tal modo si consentirà ai molti giovani laureati in farmacia e a quelli che si erano risolti ad aprire una parafarmacia di diventare titolari di una farmacia. Inoltre, vuole ripensare l'esperienza della parafarmacia introducendo anche in Italia la possibilità che alcuni farmaci individuati dall'Aifa siano liberamente venduti negli esercizi di vicinato e nei centri di grande distribuzione senza la necessità della presenza categorica del farmacista. Una modalità di dispensazione - ha chiarito - prevista in altri paesi dell'Unione europea prevedendo confezioni di farmaci del minor numero di unità di somministrazioni previo accordo con l'Aifa tenendo conto di limitare i rischi per i pazienti. Per passare a questo nuovo modello serviranno mesi, e gli esercizi avranno 24 mesi per adeguarsi alla nuova normativa. È prevista anche l'introduzione di una ulteriore incompatibilità tra titolarità di farmacie e titolarità di esercizi di vicinato che vendano i farmaci di libera vendita al fine di evitare confusione nel cittadino e di tutelare la concorrenza. Infine - ha concluso Sileri - questa proposta intende valorizzare la professione del farmacista ampliandone gli ambiti di esercizio a tutela della salute in contesti peculiari in cui vengono forniti farmaci. Pensare quindi al farmacista di reparto che controlla e aggiusta le terapie, alla sua presenza nelle strutture sanitarie, nelle residenze socio-assistenziali in cui il farmacista rappresenta il servizio sanitario nazionale, così come nelle navi da crociera, nelle carceri».
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Riforma Enpaf, nasce comitato titolari per modifica regolamento.

Si chiama “Comitato Titolari per la Riforma di Enpaf” e ha già più di cinquanta di iscritti, la pagina Facebook creata per aggregare consensi con il fine di avviare un percorso volto ad una riforma dell’Enpaf. Il comitato, che si aggiunge agli altri vari gruppi nati in passato, questi ultimi costituiti per lo più da non titolari di farmacia, si presenta con una prima proposta di riforma dell’ente previdenziale dei farmacisti. In particolare, si legge nel manifesto pubblicato e sottoscritto da quindici farmacisti titolari di farmacia, «poiché anche gli accantonamenti proseguono anno dopo anno al fine di raggiungere le annualità obbligatorie, è giunto il momento di rivedere punti divenuti essenziali per tutti gli iscritti: pensionati, collaboratori dipendenti e titolari di farmacia, proponendo, per una prima approvazione propositiva, tramite i presidenti degli Ordini provinciali, all’Assemblea annuale dell’Enpaf, quindi, ai Ministeri competenti, i punti essenziali, e ormai improcrastinabili per moltissimi iscritti, di modifica del regolamento dell’Enpaf, ovviamente riparametrando le contribuzioni su una base differente dall’attuale».
Sono sette in particolare le proposte presentate, ovvero che «l’iscrizione all’Enpaf sia obbligatoria solamente per i farmacisti lavoratori autonomi titolari di partita IVA», che l’iscrizione all’Enpaf possa essere facoltativa e complementare per i farmacisti dipendenti pubblici e privati che abbiano altra forma di previdenza ed assistenza obbligatoria», che la «contribuzione in percentuale sul reddito professionale oltre quota fissa minima», ma anche una «esenzione totale dal pagamento dei contributi per i pensionati che continuano a restare iscritti all’Albo, ma con obbligo di partecipare alle quote per l’assistenza e a un contributo fisso di solidarietà da determinarsi». Inoltre, «lo 0,90% derivante dal valore delle prescrizioni spedite in regime di Ssn diventi, in modo prioritario, contribuzione ai fini pensionistici per ciascun titolare, compresi i singoli soci farmacisti delle società proprietarie di farmacie, anche questo decurtato della stessa quota di solidarietà dei pensionati», «nel caso di società di capitale o individuali, lo 0,90% del fatturato al netto dell’IVA, dei ticket, degli sconti e delle quote di previdenza e sindacali, sia suddiviso per quota uguale fra tutti i soci farmacisti», ed infine, favorire «una pensione minima onorevole adeguata alla professione». Tutto ciò – spiegano i promotori dell’iniziativa «lasciando invariato il pareggio di bilancio annuale dell’ente».
La formazione di un comitato appositamente creato per la riforma dell’ente previdenziale dei farmacisti, di certo non è la prima ne l’ultima iniziativa in tal senso. Una, tra quelle con il maggior risalto mediatico, fu quella dello scorso maggio 2018, in cui Fofi, Fenagifar e Federfarma – con il sostegno di Assofarm -, proposero una serie di modifiche al regolamento, con la finalità di avviare una «revisione complessiva e strutturale delle disposizioni che regolano la previdenza dei farmacisti». All’epoca dei fatti, l’iniziativa scaturì una serie di critiche, tra cui quella di Pasquale Imperatore, presidente dell’Ordine dei farmacisti di Matera, nonché membro del consiglio di amministrazione dello stesso ente previdenziale, il quale definì le proposte come «una non riforma», ma anche di varie associazioni anche di varie associazioni, tra cui Conasfa, Sinasfa, Fnpi, e Lpi.
Lo stesso Emilio Croce, presidente dell’Enpaf, intervenne sostenendo il «confronto collegiale» come «via maestra». Il dirigente aveva sottolineato in particolare che «se l’obiettivo è quello di riformare la previdenza di categoria, come sostengono tutte le componenti della professione, allora bisognerebbe adottare comportamenti conseguenti e responsabili, senza scatti in avanti o scarti di lato».
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Ccnl, dipendenti: rinnovo sì, ma con stipendi più alti. Sostenibilità famiglie a rischio.
Sono passati sei anni dalla scadenza dell'ultimo contratto nazionale dei dipendenti di farmacia privata, con uno stipendio fermo da troppo tempo e una situazione economica non più sostenibile. È questa la premessa che fa dire che «il rinnovo del contratto è indispensabile» perché, questo, «anche in considerazione del tempo trascorso dalla scadenza del precedente» è l'unico strumento per rispondere alla esigenza di «un incremento economico adeguato», quanto mai necessario ai dipendenti e alle famiglie che di quello stipendio vivono, a fronte di un costo della vita che non aspetta rinnovi per aumentare. Ma è anche la necessità, ormai non più procrastinabile, di un adeguamento normativo del contratto, di una valorizzazione della professionalità al banco, che ne rende non più rinviabile il rinnovo. A lanciare l'allarme sono le sigle confederali che rappresentano i lavoratori al tavolo con Federfarma (Filcams CGIL, Fisascat CISL, UILtucs), in un comunicato congiunto, diffuso all'indomani dell'incontro di lunedì.
Se, insieme al rinnovo, «un incremento economico adeguato» è indispensabile, «al contempo, a fronte della trasformazione del settore, è stato ribadito quanto sia utile per tutti rinnovare il contratto collettivo nazionale di lavoro come strumento condiviso di gestione del cambiamento delle normative e del contesto». Questo anche per «rispondere alla professionalità del settore» e non da ultimo per «introdurre elementi di welfare (come la sanità integrativa), già presenti da tempo in altri settori». Sulla «necessità di arrivare a un rinnovo per adeguare l'articolato contrattuale ormai datato» c'è condivisione anche con «l'associazione datoriale che tuttavia, lamentando le conseguenze delle modifiche normative degli ultimi anni sui risultati economici e sul futuro di molte farmacie, ha ribadito le sue richieste riguardanti l'estensione della flessibilità e la riduzione dei permessi, come strumenti necessari (dal proprio punto di vista) per la gestione di orari di apertura più ampi che in passato. A giudizio di Federfarma, queste disponibilità costituiscono la condizione per affrontare il rinnovo del contratto».
Punti, invece, su cui le organizzazioni sindacali si erano già espresse nell'incontro preparatorio che ha preceduto il tavolo di trattativa: resta «ferma la posizione in riferimento al numero, alla fruizione dei permessi e alla gestione delle flessibilità in tema di orario e organizzazione del lavoro». Così, scrivono nel comunicato congiunto, «pur approfondendo con un'ampia discussione tutti i temi posti al tavolo, abbiamo manifestato la nostra difficoltà rispetto alle reiterate richieste dell'associazione datoriale riguardo a questi due argomenti. L'incontro si è concluso con la conferma reciproca di distanze significative e la necessità di ulteriori riflessioni per entrambe le parti». Ma da parte delle sigle confederali, «si sta predisponendo una iniziativa pubblica sul valore del lavoro in farmacia, che porti l'attenzione su professionalità, formazione, servizi, responsabilità dei collaboratori di farmacia»
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Dalle professioni sanitarie un manifesto per salvare l'unitarietà del Ssn.
Misurare l'impatto delle proposte di autonomia differenziata presentate dalle Regioni sulla finanza pubblica e sulla tenuta di tutti i servizi sanitari regionali e superare le differenze tra i diversi sistemi sanitari regionali con un Piano Nazionale di Azione per il contrasto alle diseguaglianze. È forse la più urgente e audace tra le sei richieste al Governo e alle Regioni con cui gli Ordini delle professioni sanitarie oggi a Roma chiamano l'opinione pubblica alla mobilitazione per la tutela del servizio sanitario nazionale. Le altre richieste che vengono formulate alla presentazione del Manifesto dell'alleanza dei professionisti della salute per un nuovo servizio sanitario nazionale sono: intensificare la collaborazione governo-regioni-ordini perché il Ssn garantisca "effettivamente e uniformemente i diritti costituzionalmente tutelati dei cittadini"; rispettare i principi costituzionali di uguaglianza, solidarietà, universalismo ed equità alla base del Ssn; adottare iniziative per parametrare il fabbisogno regionale standard anche in base alle carenze infrastrutturali, alle condizioni geomorfologiche e demografiche e alle condizioni di deprivazione e di povertà sociale. La sesta richiesta è come un obiettivo: scongiurare il rischio che sia pregiudicato il carattere nazionale del nostro Servizio sanitario.
A Roma si confrontano con gli esperti di CREA Sanità e Censis, oltre che con Cittadinanzattiva, rappresentanti di Fnomceo, degli infermieri Fnopi, dei Tecnici e delle altre professioni sanitarie (FNOTSMR-PSTRP), dei farmacisti Fofi, di veterinari, psicologi, biologi, ostetrici, chimici fisici ed assistenti sociali. Che lanciano un guanto di sfida alla volontà di autonomia delle regioni e in particolare ai protocolli alla firma del governo di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto: «Il Governo deve sollecitare le Regioni al rispetto dell'articolo 2 della Costituzione che ricorda alle Istituzioni i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale su cui deve fondarsi la vita del Paese, dell'art. 3 (eguaglianza dei cittadini) e dell'art. 32 della Costituzione (tutela della salute)". Nelle intenzioni dei firmatari, al tavolo di confronto sulle politiche sanitarie dovranno partecipare i rappresentanti dei cittadini. E vanno attivati in tutte le Regioni i recenti protocolli che aprono al rapporto diretto con le professioni sanitarie.
I cittadini devono farsi parte attiva a loro volta. Tra i principali artefici del Manifesto è il presidente Fnomceo Filippo Anelli che sottolinea: «Il Servizio sanitario nazionale dopo 40 anni dalla sua istituzione rappresenta uno strumento in grado di garantire a tutti i cittadini elevati livelli di tutela della salute individuale e pubblica, con indicatori di salute tra i migliori al mondo. Vi sono certo ambiti di miglioramento». In particolare, «è necessaria una riforma che possa restituire fiducia agli operatori sanitari, riconoscendo loro maggiore responsabilità attraverso la definizione di un nuovo ruolo capace di garantire la salute dei cittadini e allo stesso tempo di farsi carico della sostenibilità del sistema».
Solidali gli infermieri con la presidente Fnopi Barbara Mangiacavalli che osserva come l'infermiere abbia difficoltà ad essere vicino al paziente allo stesso modo in tutte le Regioni. «Due dati per comprendere: il rapporto infermieri pazienti che studi internazionali indicano come ottimale per abbattere la mortalità del 20% è di un infermiere ogni sei pazienti. In Italia abbiamo Regioni come la Campania che sono a un infermiere ogni 17 pazienti e altre come il Friuli-Venezia Giulia con un infermiere ogni 8 pazienti. La carenza di infermieri, soprattutto sul territorio e quindi accanto ai più fragili e bisognosi di assistenza continua è di circa 50-53mila unità, ma ci sono Regioni dove i numeri sono a posto e Regioni dove l'assenza di organici è pesante e mette l'assistenza a rischio (in Campania sono circa il 48% in meno di quelli necessari, sono il 55% in meno in Calabria e il 56% in Sicilia). L'Italia si deve uniformare in questo, non dividere ancora».
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